IL SANGUE DEI FIORI – DI ATTILIO DEL GIUDICE :
Mantenerli freschi a lungo era una sua specialità. Aveva un sistema antico molto più efficace degli additivi: mescolava mezzo litro di acqua tiepida, due cucchiaini di zucchero, un cucchiaio di candeggina e due cucchiai di succo di limone. Usava per i fiori il nebulizzatore, questo sì che era uno strumento della modernità e funzionava per tutti i tipi e poi c’era la passione, indispensabile per il mestiere di fiorai, una passione condivisa per quarantacinque anni con Elvira, un’artista nella composizione floreale, la sua Elvira, che lo aveva lasciato vedovo da sei mesi.
Ma agosto non era un buon mese per la vendita dei fiori, non era il mese dei matrimoni e la crisi si avvertiva anche in quel settore.
“Papà – disse la nuora- vi sentite bene?”
“Perché me lo chiedi?”
“ Non so come vi vedo..”
“ No, sto bene, stai tranquilla”
“Papà, perché non vi andate a riposare, sto io qui. Vi chiamo al telefono verso le cinque, così se avete preso sonno vi svegliate e andate voi a prendere Gennariello al palasport. Poi venite qua e stiamo insieme tutti e tre fino alla chiusura.”
“Marilena, non ci pensare proprio! Io qua sto benissimo e certamente più fresco che a casa. Vai, vai a preparare per Gennariello! Tranquilla”.
“Papà, come volete voi, però non fate cerimonie con me.”
“ Non faccio cerimonie.”
Alla nuora non aveva mai detto niente e lei niente doveva sospettare. Il suo nipotino doveva crescere sereno. Se si fosse confidato, sarebbe germinata un’apprensione nell’anima di Marilena e ci sarebbe stato un clima troppo angoscioso per un bambino sensibile come Gennariello.
In quella zona il pizzo lo pagavano tutti. Era lo scotto per poter lavorare senza correre troppi rischi. Arturo, però, aveva maturato, negli ultimi tempi, una tale rabbia, un tale risentimento, da travalicare, in certi momenti, perfino l’affetto e la responsabilità per questo suo nipotino: mingherlino, bruno, col ciuffo e gli occhi splendenti, il figlio di suo figlio, Fabio, crepato sotto i ferri di un chirurgo che, in verità, aveva dato poche speranze.
Puntuali. Venivano sempre di martedì, verso le cinque. Quando entravano nel negozio, bisognava abbassare la saracinesca. Pochi minuti, il tempo necessario per contare i soldi.
Dei due, il professore (così lo chiamavano, perché parlava forbito) era il più carogna, l’altro, Mignatta, era più rozzo ed emetteva prevalentemente suoni gutturali al posto delle parole. Disponendo di un vocabolario minimo, sapeva dire solo: “E’ meglio p’te”.
Arturo aveva sempre pagato, incatenando l’odio crescente alla logica della necessità, ma con la crisi era arrivato alla disperazione e quel giorno aveva chiesto una proroga. Una semplice dilazione di un mese, un mese e mezzo al massimo, per superare il momento difficile.
“Con settembre – disse – torna il tempo dei riti nuziali e il commercio dei fiori ritorna florido. Credetemi!”
”Non vi conviene – disse il professore – Don Artu’, siete vecchio e dovete ragionare: se volete bene a Gennariello, ‘u nipotino, e mantenere aperto il locale non vi conviene proprio. Nemmeno a noi ci conviene, perché, se torniamo senza i quibus che abbiamo pattuito, io e Mignatta passiamo un brutto quarto d’ora. Non so se mi sono spiegato.”
Quelle erano parole definitive, perciò col sangue agli occhi aveva reagito.
la vecchia maledetta beretta, però, si inceppò e Don Arturo non ebbe scampo.
Il professore dette il comando e Mignatta lo finì a pugni nello stomaco e in faccia.
Lui, il vecchio, non chiese pietà, anzi morì, guardando negli occhi il suo carnefice, lentamente, senza nemmeno un lamento.
Attilio Del Giudice

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