Francesca Bottari: mostra personale – Di terra, acqua e vento – Museo Nazionale Etrusco di Rocca Albornoz, Catalogo Ed. Controstampa s.r.l. Viterbo, 2023
SOTTO E SOPRA LA TERRA
Vincenzo Scolamiero al Museo Etrusco
Francesca Bottari
Sotto e sopra la terra
Il Museo Nazionale Etrusco di Rocca Albornoz dall’8 luglio 2023 accoglie nel salone e negli ambienti del piano mezzanino la personale di Vincenzo Scolamiero, artista romano di vasta esperienza espositiva italiana e internazionale, nonché docente di Pittura all’Accademia di Belle arti di Roma.
Due le forze in campo: da un lato il coraggio della Direzione museale che apre le porte dell’illustre collezione archeologica a una prima rassegna di arte contemporanea. Dall’altro un artista che si è sempre dedicato alla sperimentazione pittorica – per supporti e strumenti figurativi – e che qui si pone al servizio delle tracce materiali e immateriali del mondo antico.
La mostra non ha un’impronta propriamente antologica, ma si è man mano evoluta come un’indagine interna e retrospettiva del lavoro pluridecennale di Scolamiero: una sorta di viaggio a ritroso, che grazie a questo processo di interazione col luogo ha aperto nuove prospettive figurative, arricchendo il repertorio di forme e spazi inediti. La selezione di pezzi museali è entrata così a far parte, con tutta la prudente delicatezza che gli accostamenti esigono, dell’idea espositiva.
Le quattro sezioni includono una trentina di opere, tra tele e tavole di grandi dimensioni, oltre ad alcune carte e a una scelta di frammenti arborei e lapidei, da sempre per l’artista personale riferimento poetico.
Nei vasti lavori del salone le forme sembrano ingaggiare una lotta con le viscere del suolo e di lì riemergere in un processo titanico e struggente. Il dialogo col mondo sommerso – tema fondante per la scienza archeologica – trova precise corrispondenze con la ricerca che Scolamiero conduce da anni. Se nel tempo la poesia e la musica sono state, nel suo lavoro, accensioni di creatività e stimolo pittorico, oggi le zolle e le pietre animate da scosse telluriche paiono evocare il segreto ancestrale della terra, che tutto accoglie e nasconde nel suo grembo. Da quel magma le tracce preziose di un mondo lontano si trasformano in pennellate d’oro e d’argento, in bagliori di luce riflessi sui metalli, o nelle opacità scure e rossastre del bucchero e dell’argilla.
Sui grandi formati il terreno apre fenditure e lascia spazio all’aria, che penetra e trascina fogliame e radici in flussi vorticosi. Questa natura naturans trova tregua sotto le candide velature che l’artista da anni dispone sul piano-limite dei lavori, motivo ricorrente e cifra razionale che dà contenimento alla forza creativa e primigenia. Altrove Scolamiero cerca la visione ravvicinata della materia e distende superfici dalla lucentezza metallica, frutto di sperimentazioni personalissime coi pigmenti, e le increspa, le piega, le fraziona come se un’energia potente le spingesse dal retro alterandone la levigatezza. Ma anche le barriere metalliche non resistono alla forza della natura, e si aprono al dilagare di rami contorti, muschi, scintillanti tele di ragno e filamenti arborei in cerca di luce.
La seconda sala riporta alla calma con grandi tele colore del cielo: aperte, ariose ma nondimeno solidamente costruite. Le masse lapidee e le velature si concedono al sole, e i teli bianchi svelano decori sottili e cinerini. L’azzurro intenso non ha tuttavia una levità aerea, ma appare materico e plastico, mutuando concretezza dalla pietra.
Nelle ultime due sezioni l’artista passa da una sostanziale bicromia – laddove le forme ricorrenti si alleggeriscono fino a sembrare trafori bizantini e lasciano filtrare tracce di colori tenui e preziosi – a un esplicito confronto con il mondo etrusco da cui ha tratto nuova ispirazione. Sui grandi lavori la terra rilascia le tracce della sua storia nel sottobosco, nell’umido delle cortecce e nelle acque sulfuree che ne addensano la sostanza geologica. L’argilla antica torna a vivere nell’impasto pittorico, si ricopre di muschi e riceve bagliori di pigmenti dorati come monili, verdi come bronzi antichi e rosati come il caulino dei vasi più raffinati; le velature bianche s’infittiscono con decori e simboli, il bronzo brilla come l’oro, mentre filamenti neri come l’ingubbio della pittura vascolare s’increspano sulle superfici disegnando svolazzi e meandri. Infine un grande nido – altra cifra delle composizioni di Scolamiero – allarga il suo intreccio ellittico fino ad assumere la forma di un sarcofago scavato nel terreno.
La selezione di reperti, intanto, dietro al cristallo delle teche dialoga con le carte e le tavolette dell’artista e con i piccoli frammenti di natura da lui stesso raccolti. Se nei saloni ogni suggestione figurativa si manifesta con potenza ma esige poi un’assimilazione lenta e sedimentata, nelle vetrine quel microcosmo di passato e presente s’intreccia liberamente, si lascia godere senza filtri e rivela come ogni scambio tra culture remote possa aprire nuove frontiere di esplorazione e confronto.
Sotto e sopra una mostra
Esporre non vuol dire solo metter in mostra, scegliendo i lavori e collocandoli nella corretta posizione e sotto la giusta luce. Con Scolamiero, allestitore preciso fino al parossismo, dotato di occhio macro e microscopico, condividiamo da tempo l’idea che anche un’ottima messa in scena possa non bastare. Abbiamo così immaginato un contesto espositivo che non sia di semplice aiuto alla lettura di opere complesse, ma partecipi alla loro individuazione, svelandone l’habitat e i riferimenti estetici: le tracce progettuali e quei catalizzatori poetico-formali che l’artista da sempre cerca nella natura. Nulla di didascalico, insomma; piuttosto un contesto di riferimenti che nel mostrarsi ambientino i lavori e li aiutino a parlare, a parlarci.
Del resto è lo stesso processo creativo di Scolamiero, artista unico in tal senso, a non circoscriversi all’ideazione, alla scelta degli strumenti e all’esecuzione. C’è un ex tempore, nella sua filiera espressiva, che prevede un complesso rituale ed è parte integrante del suo lavoro. È un percorso che si formula per tappe: una prima, fondamentale, fase artigianale, quando egli seleziona e monta legni e setole per i pennelli, lini e telai per i supporti, sperimenta polveri e leganti, sceglie o forgia le ciotole in cui combinarli; poi serve una predisposizione atletica nell’affrontare le superfici, talora monumentali, stando fermo e saldo sulle gambe, con la mente libera e il gesto ampio, solido e controllato; e infine egli entra in una dimensione quasi alchemica, quando le infinite suggestioni materiali di cui si circonda – ramoscelli, nidi e racimoli, zolle, pietre e bacche, fossili e fiori d’acanto sotto resina – prendono nuova vita sotto ai suoi pennelli assumendo forme e spazi assoluti, primigeni, creando mondi rocciosi e fenditure che lasciano fluire venti, vapori e densità aeree, su cui possono adagiarsi velature candide e trafori, quasi a smorzare una mobilità geologica in atto.
Dalle setole dei pennelli a una natura in divenire: sono l’alfa e l’omega di un rituale preparatorio e di un rigoroso percorso figurativo. Eppure Scolamiero non sa mai del tutto dove la pittura lo stia conducendo, poiché è lei a segnare la strada e a ‘farsi’ sotto le sue sapienti mani. All’improvviso giungono entrambi alla meta; e l’artigiano, l’atleta, l’alchimista e la pittura trovano pace. In questo cammino fondativo, cosciente e innocente allo stesso tempo, sopravvengono altre energie ideative, come la poesia e la musica, che da sempre inondano la fantasia dell’artista, ne nutrono la mente e ne accompagnano i gesti.
In questa occasione, tuttavia, qualcosa è cambiato, o forse si è aggiunto al già affollato ambiente immaginifico di Scolamiero. Il contatto ravvicinato con la cultura materiale etrusca e magnogreca, l’idea che il suo lavoro fosse ospitato in un contesto museale archeologico e si potesse istituire altresì una convivenza concreta con opere di scavo, ha come incrinato quel processo collaudato e gli ha infuso una linfa cromatica e formale finora inespressa. Sono sopraggiunti colori e inedite composizioni, il rosa dell’argilla antica ha chiamato a sé il cupo verde del bronzo, il bruno profondo del bucchero ha opacizzato e intensificato i neri cari all’artista, che hanno cominciato a trovare nuovo spazio, in un dialogo scambievole e felice.
Anche nelle carte si vedono gli effetti di questo arricchimento: dagli schizzi preparatori su piccoli supporti, alle gouache policrome, fino agli splendenti leporelli a fisarmonica e alle carte e tavolette fieramente pittoriche, le nuove cromie dilagano e si mescolano agli ori e argenti delle ultime sperimentazioni, agli intrecci col pigmento bianco, alle tessiture lineari e ramificate.
Come non darne conto? Come non affidare a quella progettazione espressiva così ricca il compito di ambientare i lavori in mostra? Alle innumerevoli tracce della natura che animano la fantasia pittorica di Scolamiero, si è aggiunta dunque una preziosissima selezione di materiale etrusco e magno-greco. Grazie alla disponibilità della Direzione Generale Musei Lazio, nella persona di Stefano Petrocchi, e del Direttore del Museo, Sara De Angelis, alcuni straordinari pezzi della collezione Cima Pesciotti, dagli anni Settanta acquisita nella raccolta museale, sono confluiti nell’allestimento, protetti dalle belle vetrine in dotazione alla Rocca Albornoz.
L’innesto che man mano abbiamo prudentemente sperimentato ha dato frutti insperati, giacché il genius loci che ha sovrinteso alcuni azzardati accostamenti è sempre stata la Natura. Le parti in gioco – tele, tavole e carte in mostra; le tante tracce naturali; i pezzi antichi, tra anfore, kilix, crateri, vasi cinerari e bronzi – in diversa misura e con le dovute distanze provengono dalla stessa fonte: quella madre natura che tutto genera e che tutto governa. Ne è scaturita una sinfonia di forme e colori che ha spiazzato anche noi stessi e ha subito marcato i nuclei tematici per ogni ambiente.
Nel salone centrale, accanto ai lavori più imponenti scanditi dalle zolle brune e dai ventagli di terra che aprono varchi su cui si adagiano i candidi velari, le vetrine sono state allestite con carte dipinte, rami tortuosi e cristallizzazioni di resina. In ognuna delle wunderkammern di cristallo trionfa un pezzo di scavo: la sontuosa anfora attica a figure nere con divinità, galli e sirene della metà del VI secolo a. C., condivide lo spazio con carte e tavolette policrome che Scolamiero ha realizzato per la mostra e alcune sagome di resina che bloccano in un’immobile vivezza escrescenze floreali.
Accanto alla prima teca è affissa la tela a dittico verticale mossa da un vento interno che sconquassa terreni muschiosi e umidi. Poi la natura ritrova pace nella vetrina successiva, dominata da un’anforetta etrusca della fine del VI secolo a. C. sulla cui pancia si tuffano una teoria di gioiosi delfini. Accanto, carte piccole e grandi brillano di polveri metalliche e pigmenti, il cui rosa richiama il dolce colore dell’argilla vascolare e il verde quello della lamina bronzea del vaso etrusco a barchetta del VII secolo a. C, collocato sul piano intermedio.
Sulla parete opposta altri grandi dipinti recenti alternano superfici increspate e lucide come il rame, a riaffioramenti terrestri che s’intrecciano con ramificazioni e fioriture, in una natura scossa e fremente. Nelle due vetrine che li fiancheggiano la cultura materiale antica riporta a una nobile quiete con la kilix attica nera a figure rosse del V secolo a. C.: nel centro della coppa un giovane viandante medita appoggiato al bastone. La bicromia nero-dorata è richiamata dalla carta di Scolamiero e perfino dalle zolle di terra di Siena che ha raccolto nei campi. Viandante anch’egli. Il bruno a più toni che costruisce spazi e forme, così frequente nei lavori dell’artista, sembra anche riecheggiare il nero profondo del bucchero che ha forgiato il calicetto di Veio della fine del VII secolo a. c., la cui coppa è sostenuta da fanciulline e nastri con animali. Nel ripiano alto della teca, il ramo secco e contorto proveniente dallo studio dell’artista sembra riflettersi e trovare una dimensione idealizzante nella tavola che gli sta dietro, parte di un quadrittico a fondo nero: un fregio continuo a più scomparti che riconduce ai decori tardo-antichi o alle grottesche rinascimentali.
Sempre nel salone, accanto ai tre ampi lavori sul fondo nei quali le viscere terrestri lasciano affiorare cromie più blande, tra ocra e aranci, quegli stessi toni ritrovano vigore nella tavoletta dell’ultima vetrina, incastrata in un altro ramo rinsecchito del vento e dal tempo. L’arancio brillante del piccolo dipinto è ulteriormente acceso dalle pennellate bianche sul fogliame. Al centro della teca un’anfora attica della metà del VI secolo a. C. è dominata da una magnifica testa di cavallo: la figura nera dell’animale si staglia sul riquadro color argilla e la criniera riccioluta scende armoniosamente sul dorso.
La sala successiva è dedicata alla Musica, passione di una vita per Scolamiero. I lavori precedono di tre anni la mostra e sono un espresso omaggio al compositore Luigi Nono. Nei quadri le forme emergenti dal fondo si avvicendano nell’aria, invece che riaffiorare dalla terra scossa, e aprono spazi verso un cielo terso e compatto: una parete luminosa su cui s’intersecano teli bianchi, superfici terrose, intrecci floreali e membrane lucenti e dorate. Dalla teca che separa il secondo ambiente dal terzo, s’intravede l’impiego dell’oro, di cui Scolamiero è sperimentatore e maestro. Un lungo leporello a fisarmonica snocciola le sue facce policrome, in cui tutti i colori impiegati sui lavori a parete s’inseguono e si combinano evocando pozze d’acqua, umidità boscose, sprazzi di cielo e metalli preziosi.
Nel terzo ambiente, la Sala della terra, si concentra e rende esplicito il rapporto che Scolamiero ha istituito con il luogo ospitante e con le opere antiche. Se il resto dell’esposizione riassume tanta sua poetica figurativa e tanta esperienza tecnica, le forme e i colori di questi lavori nuovissimi testimoniano la ricchezza ancora intatta e sorgiva della sua creatività. Il materiale esposto nelle vetrine fa da catalizzatore e incrementa ogni suggestione possibile. La sala conta tre grandi tele e quattro carte a leporello in teche di plexiglass realizzate ad hoc. Nel felice colpo d’occhio che rende efficaci anche le ombre e i riflessi determinati dalle custodie trasparenti, l’insieme assume il valore di opera a sé.
Nei dipinti e nelle carte di questa sala – centrale sia in senso espositivo che tematico – ogni elemento drammatico appare stemperato. Saranno forse i verdi tenui delle foglie primaverili e scuri del sottobosco, o i rosa e gli aranci chiari come la più fine argilla, a donare leggerezza e movimento circolatorio alle forme ricorrenti, siano zolle, pietre, fogliame o veli e trafori distesi sul piano-limite. I toni caldi trasmettono levità e i verdi portano con sé i profumi della natura. Nelle vetrine i pezzi antichi partecipano a questa circolante freschezza: il cratere etrusco a colonnette in argilla rosata del VI secolo a. C. accoglie danzatori e cervi a figura nera che girano sulla pancia, mentre il verde del vaso etrusco biconico in lamina di bronzo, del VII secolo a. C., sembra trascolorare nelle tavolette e carte che gli fanno da corona. Anche l’oro, qui profuso, assume in questa sezione un’evanescenza brillante e trasparente, sia nelle carte più piccole distese nella vetrina che in quelle a fisarmonica delle teche a muro.
Nell’ultima ambiente tradizione e innovazione convivono, nello sviluppo della ricerca di Scolamiero. Tanta parte della sua produzione, specie quella legata alla musica, è riservata a sintesi bicromatiche, in cui il controllo della forma e dello spazio è serrato e razionale. Le terre e i toni caldi spezzano talora quel rigore, come nel caso del grande dipinto sulla parete conclusiva, nel quale un lungo e pesante cespo fiorito ricade verso il basso e chiude sul lato destro la geometria della composizione, muovendo l’aria e soffondendo la tela di calore. Nella parete di fronte la forma del nido, topos caro all’artista, si espande in un corso vorticoso, reso tangibile dai toni dell’ocra, e si amplia fino a simulare una sepoltura aperta in un terreno tufaceo. Accanto, un’ultima vetrina restituisce le tante variazioni dei bruni e dei neri, tra presente e passato. Nelle tavole e nelle carte di Scolamiero la bicromia prende vita con le terre e l’oro, mentre piccole foglie erratiche e dorate, con racimoli e zolle, riconducono a un microcosmo naturale e poetico.
Nel ripiano principale della teca, un accostamento particolarmente efficace vede una superba anfora a vernice nera, del IV secolo a. C., vicina a una grande carta. Sulla superficie scura e strigilata e sul collo ad anse del vaso antico, un rosso-dorato segna decori geometrici a piccoli tocchi, che brillano sul tono compatto di fondo. Nella carta di Scolamiero i volumi, accesi dall’ocra e dall’oro, raffiorano da un buio retrostante, trovando collocazione e spazio su un piano che li spinge in avanti in una vibrazione luminosa.
Questo affiancamento di opere così lontane, che qui chiude il racconto di un allestimento, ha provocato un colpo al cuore a noi che casualmente l’abbiamo creato e il coraggio per proseguire su quella strada, malgrado i dubbi e le riserve che fino a quell’attimo ci avevano turbato. La carta di Scolamiero è del 2014 e fa parte di una personale dal titolo Senza permesso in un campo. L’artista, ancora una volta come un viandante, s’immaginava a girovagare tra le zolle di un campo e imbattersi in forme ed emergenze misteriose, ruderi di un tempo passato e custodi di una memoria antica. Per lasciarle apparire, evanescenti e insieme concrete, aveva impiegato l’olio di cartamo, un diluente delicato che scioglie il colore in trasparenze luminose. Quelle stesse trasparenze sembrano, oggi, riflettersi sui decori dorati in punta di pennello che accendono la vernice nera dell’anfora.
Per Vincenzo Scolamiero, oggi possiamo dirlo, quelli erano gli esordi di un dialogo inconscio col passato, che ha preso forma e senso in questa sorprendente esperienza espositiva.

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