Roberto Gramiccia: mostra personale – Come sogni perduti – Casa Museo H. Christian Andersen, Roma, Catalogo De Luca Editori d’Arte, 2025

COME SOGNI PERDUTI  

 Lo spazio entro il quale allestire una mostra può essere considerato dall’artista un semplice contenitore, oppure un autentico interlocutore. Fra le due opzioni c’è tutta la differenza del mondo. Nel primo caso, infatti, l’autore o gli autori che esporranno le loro opere saranno indifferenti alla storia e alle eventuali suggestioni che lo spazio intrattiene. Nel secondo le opere entreranno con esso in simbiosi, si caricheranno di senso e regaleranno senso allo spazio. Passato e presente, spazio e tempo si fonderanno in un unicum capace di introiettare un valore aggiunto che nell’arte non è affatto scontato. Naturalmente stiamo parlando di opere ed autori che facciano dell’arte un’esperienza integrale e appassionata, non di freddi e calcolanti esperti di marketing alla ricerca di un’occasione per il proprio business.

Vincenzo Scolamiero vive l’arte come un’esperienza integrale e appassionata. Pur rispettandolo, non è schiavo del mercato, né delle mode. Più che seguire indirizzi consolidati dall’uso e dal facile consenso, è lui a indicare una strada. Come mi è capitato di scrivere in passato si tratta di una strada, potremmo dire di un “viaggio”, la cui meta è l'”intero”, la totalità. Un’entità disprezzata dal post-contemporaneo atomizzante e atomizzato, foriero di innumerevoli, ubbidienti, impotenti solitudini. In questo caso la totalità a cui l’artista tende è quella che non fa differenza fra lo spazio fisico elegante e ricercato che gli è stato messo a disposizione all’ultimo piano di Villa Helene, nella casa museo di Hendrick C. Andersen, e la storia di questo visionario scultore le cui tracce impregnano le pareti e gli ambienti di questo palazzo, unico nel suo genere.

Questa casa museo è un “luogo cristallizzato nel tempo”, così lo definisce la stesso Scolamiero; fermo nella testimonianza di un passato autorevole e sontuoso ma, magicamente, “aperto” all’interazione con un’estetica altra, quella che dalla pittura del nostro autore si libera come una musica avvolgente. Dico musica non per caso, ben consapevole di come e quanto la musica ispiri e “muova” l’opera di Vincenzo Scolamiero, vero e proprio teorico della necessità di abbattere gli steccati che dividono fra di loro i territori dell’arte, della scienza, dell’antropologia, della vita. Il progetto di questa mostra risale a due anni fa e ha subito ripetuti rinvii.

Non è mancato quindi il tempo per riflettere non solo sull’architettura del luogo e sulla ricerca plastica di Andersen ma anche sull’utopico suo sogno di una città mondiale delle arti e delle scienze, dove riunire le intelligenze di tutti i campi del fare (artisticamente e non solo) e del sapere. Progetto accuratamente sviluppato e più volte proposto, senza esito, a regnanti e a capi di stato. Con un’energia e un afflato non dissimile da quello che guida il nostro autore, la cui intera opera prende vita da una spinta panica che coinvolge logos, natura, poesia della natura, musica e letteratura: gli strumenti nobili di un processo di liberazione integrale dal malanimo della volgarità e del bisogno.

Quello di Andersen, quindi, è un progetto non realizzato, un sogno perduto, come spesso perduti sono i sogni degli artisti e dei rivoluzionari, di cui quello che resta è la testimonianza di uno sforzo, di un tentato passaggio da una condizione di fragilità rassegnata e passiva a una di fragilità ribelle ed emancipativa. La città delle arti e delle scienze non ha mai visto la luce ma Andersen – come questo bellissimo evento dimostra – fa ancora parlare di sé. Andersen non è morto come l’arte non muore e l’utopia resta – deve restare – a dar nutrimento agli scalatori del cielo.

È Scolamiero stesso che ci racconta come le suggestioni evocate dalle ripetute visite preparatorie al Museo si siamo incrociate con quelle che, da anni, suscitano in lui la lettura e la rilettura di una mirabile novella/racconto   di Georg Buchner, dal titolo Lenz. La storia di un viaggio alla ricerca di qualcosa che non si trova mai e non si può trovare, appunto come i “sogni perduti” per sempre che Lenz, il protagonista, è condannato a rincorrere. E ancora una volta letteratura e pittura entrano in dialogo tra di loro rifiutando la logica della compartimentazione delle discipline e delle arti. Un po’ come faceva Andersen che andava alla ricerca della sua città ideale realizzando le sculture che avrebbero dovuto adornare e celebrare le strade di quella metropoli che non c’era.

Questa volta l’autore, nel pieno della sua fertile maturità, ha rimosso l’idea di un’esposizione a parete di tipo convenzionale, preferendo una soluzione installativa che magnificamente si adatta agli spazi disponibili. Essi sono fondamentalmente due. Il primo ambiente, introduttivo, presenta sul lato lungo due porte cieche speculari, contornate da imbotti di legno stile liberty entro i quali sono state incastonate due splendide tele verticali. Esse sembrano nate lì: perfettamente armonizzate al contesto, come cineserie che non rifiutano un’intenzionalità decorativa. Fondo oro con incursioni di un rosso vibrante che “risuona” mentre si aprono e si chiudono i ventagli e le ritmiche scansioni di un gesto pittorico insieme sapiente ed istintivo.

Nella seconda sala, anch’essa spoglia come la precedente ma dotata di un pavimento arricchito da una decorazione ovoidale di granigliato veneziano, troneggia un’installazione composta da quattro grandi tele di 140 x 200 cm. disposte a rombo, con un plinto centrale. I supporti delle tele sono costituiti da blocchi di travertino di cava sui quali si innestano tondini di ferro verniciati dalla ruggine del tempo. Le quattro tele si stagliano come lacche nere popolate d’ oro, prevalentemente, ma anche di bruni e di verdi accennati che sembrano alimentare un unico flusso (come di coscienza) che apre e chiude quella che potrebbe sembrare una fisarmonica. Essa a tratti si sfilaccia, si inerpica e ridiscende a valle, come in un viaggio frenetico che non conosce sosta. Non c’è riposo nella pittura di Scolamiero. L’ansia di ricerca non si esaurisce mai. E la sontuosità sempre e comunque è quella del viaggio, non della meta.

Sorprende, come sempre nei lavori di questo artista, l’armoniosa relazione fra le forme e i vortici di una pittura che rappresenta il vertice dell’attuale ricerca (apparentemente) aniconica italiana e i reperti che sono disseminati sul nero plinto centrale: zolle di terra, racimoli di uva, ciuffi d’erba, detriti, abbozzi e piccole opere incompiute dello stesso Andersen. Sono la natura e le vestigia di un’antica prassi a visitare e completare lo sforzo del maestro, il quale non si accontenta di essere pittore. O, per dir meglio, si identifica con un’idea di pittore “intellettuale integrale”, che sfugge l’ideuzza furba ed estetizzante e azzarda, piuttosto, un’ipotesi seria e reiterata di ricerca della verità.

Una verità che può anche non raggiungersi. E che anche quando si raggiunge può essere falsificata e superata, attraverso percorsi non lineari, zigzaganti, dialettici che conducono verso nuove verità destinate, anch’esse, a non essere eterne. Di verità ontologiche ce ne sono poche e questo si capisce osservando la pittura di Vincenzo Scolamiero. Fra di esse c’è la Natura spinozianamente intesa e, a noi piace aggiungere, la fragilità come marchio di fabbrica, come elemento costitutivo essenziale e fondativo della specie umana.

Una fragilità che, indifferentemente, può precipitarci negli abissi della mediocrità così come nella vertigine estetica che le tele del nostro pittore producono a chi sappia osservarle. È l’idea di un possibile movimento verso il meglio, etico ed estetico, che in buona sostanza la pittura di Vincenzo Scolamiero suggerisce. Un movimento che non può essere estraneo al conflitto, così come all’ammaestramento della Storia e al sovracontrollo della Natura. La stessa che i fili d’erbe, i tralci di vite, le zolle di terra e le tracce della laboriosità e della creatività umana documentano quando infiltrano le opere di questo artista che non ha paura né della Natura, né della Storia.

Roberto Gramiccia