Francesca Bottari: mostra personale – Come sogni perduti – Casa Museo H. Christian Andersen, 2025 Roma

UNA CORSA DENTRO SE STESSO

 Per Vincenzo Scolamiero ogni mostra, personale o collettiva che sia, è un viaggio introspettivo. Per lui la pittura è un processo di riflessione, ascolto, meditazione: l’artista fa scorrere nel dipinto un’energia lenta, prensile e potente che cattura i tanti stimoli – fisici, ambientali, musicali, poetici – e poi lascia che si riversino nella man che ubbidisce all’intelletto.

Intanto, la cura che sempre pone nell’ambiente, nella scelta delle sale, nel rapporto tra lavori e spazi, nel legame che s’istituisce tra tele e supporti murari, è unica e spesso eccezionale.

Nella casa-museo Andersen l’osservazione del luogo s’è fatta percezione, per poi divenire esigenza espressiva. In quella dimora lo scultore norvegese-americano aveva immaginato un’utopia grandiosa, quella di fondare una città ideale aperta ad artisti, scienziati e pensatori del mondo, sede di un laboratorio perenne in cui la scienza incontrasse le arti e la speculazione teorica.

Le statue, i gessi antichi, la raccolta, con la poderosa presenza dell’autore e collezionista, hanno sospinto Scolamiero verso due direzioni: una nuova, che lo ha portato a misurarsi con il sogno di un mondo ideale che un artista del passato aveva cercato invano di concretizzare; e un’altra personale, mossa dalla passione per la poesia e la musica che mai lo ha abbandonato. L’immersione nell’immaginazione utopica di Andersen ha evocato in lui quell’ineffabile sogno di compiutezza che gli artisti custodiscono, quella chimera verso la quale essi indirizzano invano la loro ricerca di assoluto.

Così la mostra è divenuta un percorso che accompagna il visitatore attraverso quel museo-laboratorio ideale: lo accoglie nell’atrio con un sogno di bellezza vaga e perduta, la coppia di tele incassate nei due imbotti che rifulgono d’oro e muovono l’aria con leggerissime sventagliate di verdi e vermigli soffiate sulle superfici. E poi lo sospinge verso un abbraccio oscuro e misterioso che i fantasmi della dimora hanno consegnato alla fantasia di Scolamiero, riecheggiando una delle sue letture predilette, la novella incompiuta e postuma di Georg Büchner, Lenz, una sorta di corsa folle e allucinata attraverso una natura vertiginosa. Dal ricordo letterario egli ha tratto il titolo dell’esposizione, Come sogni perduti, e quel viaggio senza meta si compie nel salone centrale, attraverso le quattro tele orizzontali serrate in uno spazio romboidale, come in una danza misterica.

La vibrante luminescenza degli ori sulle due tele di ingresso cede dunque il posto a spazi bui ma mobilissimi, dai quali riemergono fasci di luce che si snodano, s’intrecciano, si spianano e s’intersecano come nastri di lino o fitte ragnatele tese su profondità geologiche, mentre foglie e rami fioriti ondeggiano nell’aria come note musicali. È proprio la natura tetra e spaventosa che accompagnava la corsa del folle, mentre il bosco grigio fremeva sotto di lui e la nebbia ora divorava le forme, ora ne scopriva a metà le membra possenti. Al centro dei quattro dipinti, sostenuti da strutture di travertino di cava, un vasto plinto mostra quegli stimoli figurativi che da sempre conducono Scolamiero verso la sua stessa pittura: foglie e rami secchi, bacche, zolle, pietre e ogni traccia naturale che incanti il suo sguardo, qui uniti a frammenti di opere di Andersen, Lari e Penati della dimora.

Tutto l’insieme prospetta una dimensione espositiva personalissima e omogenea: l’artista alle prese con i suoi stessi sogni e con quelli del suo ospite, in una contesa virtuosa tra chi, nel tempo, cercava qualcosa come sogni perduti, ma nulla trovava. Nelle sei tele prende dunque forma ogni suggestione vissuta intensamente dal pittore: l’incanto universalistico di Andersen e il fascino di questo tempio utopico ancora intatto, l’evocazione di una lettura, la riflessione sul senso stesso del dipingere e dell’inseguire i propri fantasmi senza pace né tregua. Non una mostra tradizionale o un’installazione, quella di Scolamiero al Museo Andersen: è piuttosto un viaggio tra sogni e utopie, in cui l’arte è insieme ragione e immaginazione, realtà e sogno, sentiero illuminato e burrone profondissimo.