Distico, Piero Sadun – Vincenzo Scolamiero, ottobre/novembre 2019




Estratto dal testo:

La natura dentro di Marco Di Capua

Galleria Ediueropa – qui arte contemporanea, Roma

…Enzo Scolamiero appartiene alla schiera di coloro per i quali sentire vuol dire anche conoscere e creare. Mica sono tanti, credete a me. I suoi quadri equivalgono ad antenne emittenti e riceventi di un sacco di segnali estetici, stilistici ma soprattutto emotivi, esistenziali: elastiche, multiple condensazioni su piano di narrazioni captate e svolte a vari livelli, evocazioni visive di suoni. I dipinti sono risonanze? Forse è anche per questo che abbiamo l’impressione di contemplare gli sdruccioli, inclinati spazi di un passaggio, quasi che essi siano piste per atterraggi e decolli. E quindi eccole lì, le traiettorie di un volo in assetto variabile che fende in più direzioni la pelle dei quadri, e la cui mobile transitorietà non impedisce di focalizzare con precisione certi dettagli, quasi sempre naturali. Non so, è una sensazione che ho girato subito a Enzo, e lui mi ha dato ragione ricordando certe pitture, con tralci di vite e altro che, come per un imprinting, osservava sulle pareti domestiche quand’era ragazzo: non c’è suo dipinto che non mi faccia pensare a frame di cupole e a flash su affreschi di tardissimo barocco guardati di corsa e di sotto in su, con meraviglia. Mi aspetto da un momento all’altro di vedere uno sgambettare di angeli, e la scena non mi stupirebbe.

La mostra che adesso abbiamo davanti agli occhi pone un tema classico: in che rapporto stanno due artisti di generazioni molto diverse, ma che pure sembrano ruotare attorno agli stessi fulcri tematici? Come il silenzio, un nulla speciale, variamente articolato, declinato, modulato, e un certo Oriente nei gesti leggeri e nel lasciar perdere, nel saper lasciare la presa… La dinamica dell’arte, ti ripeti, non è una linea, ma è fatta di cerchi e di più dimensioni: sembra che ci si sia smarriti, quella sonda non la vedi più, e invece ecco che alcuni fili si tendono, qualcuno afferra la cima, e ci si ritrova. Così è per Sadun e Scolamiero. Cerchiamo altre assonanze allora, o addirittura una rima, così come dice il titolo? Prendete allora la natura,  perché entrambi gli artisti la pensano molto – a modo loro, ma lo fanno – a dispetto di ogni tensione concettuale, di ogni astrazione radicale. D’altra parte: un messaggio che riguardi le ore, i cieli, le stagioni, sia Piero che Enzo ce lo parano continuamente davanti.Nel suo finale di partita Sadun ricoprì la natura e il ricordo che aveva della terra sotto varie coltri stupende, rosa, ocra, nere, come soffocandoli con tenerezza e solennità, ma appunto per lui fu come trattenerne, dentro una pittura gremita di tocchi e ostinate pressioni delle dita – questa la sensazione – l’essenza, il sentimento, forse una nostalgia di cosa perduta. Scolamiero, più dichiaratamente, ne officia il culto, sembra spalancare spazi, tagliandoli, facendoli a fette sui piani, tessendoli e ricamandoli come tessuti preziosi (merletti?), infine sfogliandoli così come si fa coi libri, affinché essa vi penetri a folate e respiri meglio. Ciò avviene quando il pittore la esibisce in piena luce, in una specie di chiarore d’oro, ma anche mentre ne consacra lasciti e frammenti nel buio, come proteggendo segreti. E’ – ancora – ciò che resta del giorno, e della notte.