Marcello Carlino, 2016

Una costante si rinviene, fortemente segnaletica, nelle opere in mostra di Vincenzo Scolamiero. In un unico movimento le forme si fanno e si disfano, s’aggregano e si disperdono, s’accorpano tendendo al pieno e si diradano sembrando sporgersi sul vuoto, e al vuoto consegnandosi. Così sterpi e pagliuzze si intrecciano facendosi tondi od ovali a modo di bordi di nidi d’uccelli; e tuttavia compongono una circonferenza che nulla trattiene, un anello sospeso nell’aria e dall’aria pervaso, qualcosa che assomiglia, nel segno del sacro, a una corona di spine. Così il biancospino si affaccia come da una mensola, o da un davanzale che è volto all’interno, che guarda dentro, verso di noi; sennonché i fiori pendono come gemme e si imbevono di luce, perciò abbagliando la materia, decostruendola, risolvendola in uno spippolare di meteore, in una polvere di stelle. Così le fascine s’attorcigliano quasi a seguito di una combustione; ma il nero che ne esita, facendo viluppo, culla nel suo grembo un bianco incandescente che fuga il consistere dell’immagine. Così i gigli si slanciano per rastremarsi in trasparenze, in diafane evanescenze; e i gladioli si specchiano, come in un testo a fronte, nella striscia lattescente che rasciuga la loro silhouette in una traccia di filigrana sopra una sottilissima carta di riso; e condense come proto-cellulari si dilavano residuando in frammenti che hanno la trasparenza di schiuse larvali, di meduse trasportate da correnti d’acqua. Così il bucranio, che proviene da novecentesche iconografie d’autore, si copre di rosso commutandosi in pura epifania di colore.

Un insieme di metodiche s’adoperano per questo trascorrere in moto periodico delle forme. Talvolta la regolarità di assi cartesiani posti da quinte è cancellata da un monocromo che produce effetti di smaterializzazione, che concede facoltà di volo. Spesso è frapposta una colatura di colore in cui naufragano i frammenti figurali; e spesso viene promosso un restringersi filiforme delle immagini, che smarriscono la loro fisionomia, la loro identità; e, ancora più spesso, un impulso a scendere porta ad uno sgocciolio che traduce un liquefarsi, un diluirsi di ciò che è rappresentato. Ed è un leitmotiv il velo steso da labile, pervio diaframma sugli acanti, sugli steli, sulle gromme di colore, per cui l’oggetto evocato su tela, o su carta, assomiglia (è della finzione niente di più di una possibilità di verosimiglianza) e scompare, si mostra e si cela; leitmotiv è pure la suddivisione che taglia e definisce lo spazio abitato dai segni della pittura, cosicché esso si articola in una sequela di rinvii e di rifrazioni, di riquadri che incrociano fasce e in esse si specchiano, di riverberi tra recto e verso nei quali si fronteggiano un grumo materico in rilievo marcato e il suo trattamento emolliente, la sua dispersione secondo arte del levare.

Questo sistema di cangianze è governato da Scolamiero con chiara padronanza, con sicura capacità di stile; e, rarefatti lo spazio e il tempo, trasposti a ordinare una natura seconda, un mondo parallelo,  un che di elegante si coglie tanto nella selezione degli elementi quanto nella loro combinazione, tanto nella dispositio quanto nella elocutio in opera: armonie, isotopie, corrispondenze, assonanze si ravvisano infatti con frequenza, e appaiono nettamente profilate.

E non v’è dubbio che ciò si debba alla necessità di acclimatare rendendo dicibile la metamorfosi, che qui è il tema chiave. Una metamorfosi che s’annuncia fin dai titoli prescelti (alcuni allusivi alla trasformazione in atto: “nido che diventa aria”, “non appena un fiore”, “su ali di inchiostro”; altri risultanti da geminazioni o da accoppiamenti giudiziosi: “sbianca e svanisce”, “il nido e la croce”; altri ancora espansi sul fluire degli ossimori che accostano stati diversi della materia: “fiore d’acanto come acqua”, “erba che è acqua e nube”). Una metamorfosi che è lo stessa della vita, se fin dalle origini del racconto Ovidio fa coincidere con essa la vicenda in divenire del cosmo e quella dell’essere nella varietà delle sue manifestazioni e delle sue forme. Una metamorfosi che qui può leggersi, metalinguisticamente, come la modalità che la pittura riconosce al suo porsi, al suo ricercare prensile e coinvolto saggiando la puntualità dei fenomeni e figurando la profondità enigmatica delle idee, ovvero esplorando le dinamiche transazionali – ancora un impulso di movimento – che sono contenute in ogni atto percettivo, in ogni consapevole programma di rappresentazione. Una metamorfosi che, nella pittura di Scolamiero, sperimenta i possibili della forma, anche oltre i confini dell’informale, fino a mostrare il negativo dell’immagine, fino a dirne il silenzio.