Le forme del mistero – Giorgio Agnisola, 2016

4 Lascia parlare il vento_2, cm.40x48, pigmenti su carta, 2015

Va subito detto che il poetico sguardo di Vincenzo Scolamiero non è propriamente analitico, per quanto sottile, si direbbe scientifico, rivolto soprattutto al mondo naturale letto in quel transito che rivela, nella proiezione dell’invisibile, la sua essenza spirituale. L’artista vuole  cogliere nella realtà una dimensione ulteriore,  percepita non già nel suo immediato divenire, ma nel suo riflesso psicologico, come  riverbero interiore, espressione di un sentire profondo, lirico e quasi religioso. Un sentire che testimonia peraltro del dono straordinario dell’arte. Davvero nelle opere di Scolamiero si percepisce come essa sia mondo parallelo, spazio differente.

Impossibile comunque  senza lo sguardo fisico. Che si affissa su realtà minime della natura: foglie, rami secchi, persino soffi d’aria e di vento. Già questa sorta di immersione in un microcosmo che potrebbe dirsi provvisorio nella sua connotazione temporale, come riflesso di un avvertimento che balena per poco nello specchio dell’anima- un avvertimento tuttavia carico di indizi metaforici, di intuizioni, di rimandi emozionali e non solo, ad esempio allo scorrere del tempo e delle stagioni- rivela la sensibilità e la forza spirituale dell’artista che sembra muovere da una certezza che il tutto è riconoscibile nel frammento ( viene da pensare con un ardito ma possibile riferimento al grande Friedrich),  che nel piccolo può essere leggibile  il grande.

Ma non è solo la scelta degli ingredienti dell’universo metaforico a segnare in profondità la sua opera. E’ altresì il modo di comporre quegli ingredienti, di articolarli nel piano dell’immagine e soprattutto di risentirli nella forma fisica e in qualche misura metafisica che fa della sua arte una via personalissima. Perché un artista si pone a elaborare una tecnica così laboriosa e raffinata? Perché in fondo non fotografare la natura con lo stesso animo sensibile di chi guarda con occhio interiore? Perché nel riprendere i segnali dell’aria e del vento, della primavera e dell’autunno, e nel ricrearli, l’artista attraversa la metafora della vita, facendosi interprete commosso e sensibilissimo del mistero dell’esistere?

Perché Scolamiero non intende riprodurre la realtà ma leggerla in trasparenza, fare del guardare un sentire sacrale. Il suo beninteso non è metafisica trascendente ma spiritualità immanente. E’ attenzione diretta e partecipata al mistero stesso delle  cose.

C’è da dire anche che tra le opere della prima stagione e le ultime, quelle della mostra gaetana, si registra un cambiamento. Lo sguardo sembra farsi ravvicinato, pare voler catturare la struttura delle cose. Un ulteriore rimando, stavolta, a Cézanne? Può darsi. Il pretesto è un capitolo peraltro robusto della sua produzione, quella  dei “ruderi” (Certi struggenti ruderi). Permangono in parte i segni di una lettura lirica della realtà colta nel suo transito leggero, ma ora si profila nello sguardo un mondo meno organico, più complesso, più minerale. La poesia lirica cede il posto alla poesia matematica? Anche.

In effetti nell’ultimo Scolamiero le strutture sono ancora mistero. Egli le indaga, come si accennava, a distanza ravvicinata. E’ in parte lo stesso anelito che spingeva Morandi a esplorare tra bottiglia e bottiglia gli spazi dell’invisibile. Che qui, in Scolamiero, ha un che di più dolce, persino di malinconico, e di rispettoso dell’ambiente così come appare, come lo si ravvisa con la lente interiore. Che tuttavia non tradisce una nuova inverante attenzione.

Ne è riprova la tipologia dell’espressione, che pure nella sovrapposizione di indizi, nella articolazione di trasparenze e velature non annulla l’evidenza di una forma decisa e riconoscibile. Lo stesso colore quasi sempre monocromo, a cui l’artista ricorre, drammatizza e in qualche misura avvicina l’osservatore. Che infine resta dinanzi all’opera come in ascolto: di una musica segreta e un poco inquietante, nonostante la dolcezza della sua esecuzione, di un inaccessibile sentire che ora si profila come sguardo struggente e autentica nostalgia di un altra faccia della vita.