Fabio Pizzicannella, 2008

5. in un giro di vento china - inchiostro stilografico e pigmenti su tela - 2008 - cm.33x42

5. in un giro di vento china – inchiostro stilografico e pigmenti su tela – 2008 – cm.33×42

Catalogo mostra “In un giro di vento”,  Roma
 Galleria Delloro, dicembre 2008
Cos’è il vento?
domande sussurrate da uno studiolo all’altro
Vincenzo Scolamiero e la sua pittura mi hanno donato qualcosa che tuttora stento a comprendere. Quindi sono loro grato. Ma la gratitudine fa i conti con questo stato di incertezza riguardo a ciò che ho ricevuto. E per ridurre la tensione, non vedo altra via che restituirlo, almeno in parte. A modo mio, naturalmente, ossia interrogando a partire da ciò che via via mi capita di comprendere. Di lui, di lei e della loro unione, la quale mi sembra non solo bella, ma anche buona e vera. Proprio così. Vincenzo e la sua pittura sono davvero due entità distinte. Eppure si specchiano l’uno nell’altra, quasi alla ricerca di un destino comune. Pur confinati in regni diversi, non sopportano di diventare estranei, e si dominano per farsi riconoscere. Così Vincenzo propone alla tela i segni custoditi nella sua mente e nelle sue mani. Ma non li impone. Anzi lascia il campo aperto alla sua amica, la quale risponde alle sue premure sospingendo i pigmenti, gli inchiostri, l’acqua verso forme a lui care e comprensibili. La loro, poi, non è neppure un’unione esclusiva, respingente. Vincenzo ci chiama spesso nel suo studio, non per altro, solo per capire. Ci chiede di sostenerlo nel confronto con lei, che è certo una creatura antica, dunque enigmatica, ma non per questo capricciosa. I segnali che manda sono chiari, se presi separatamente, eppure non lo sono nell’insieme. Stentiamo a comprendere cosa voglia dirci. Di una cosa, tuttavia, siamo coscienti. Ci fa parlare. Quanto il nostro dire di lei è parte di lei? Nessuno stupore che le parole possano inseguire le immagini, senza mai relegarle entro i confini di un concetto. Ma qui c’è di più. Me ne sono accorto un giorno che Vincenzo ci ha mostrato una teoria di tele di piccole dimensioni, disposte su sei file e quattro colonne. Osservava che esse apparivano compiute in sé, se le si staccava dall’insieme, e tuttavia, pur isolate, continuavano a evocare un’unità ulteriore. Un intero che potesse includerle e significare più di quanto ciascuna riuscisse da sola. Eppure l’insieme che ci aveva mostrato non doveva essere quello giusto. E forse non lo era proprio in ragione della sua stessa compiutezza, che quanto più era tale, tanto più attenuava il senso delle parti. D’altro canto, a fil di logica, poteva essere altrimenti? Di cosa è compimento la compiutezza che ricerchi? Cosa voleva dirci la sua bella e sfuggente amica? Mi tornano alla mente quelle parole di Vincenzo che ho sempre interpretato come mere suggestioni. «Nella mia pittura ricerco la poesia». «Tento di intravedere nelle forme l’unità di un linguaggio». «Aiutatemi a cogliere il senso complessivo del discorso». E se l’enigma si risolvesse prendendo le sue affermazioni alla lettera? Puoi immergere il pennello nella fonte delle parole? Vincenzo passa di continuo dalle piccole tele a quelle di grandi dimensioni. Le quali amplificano, in taluni casi, quel che è già presente in scala ridotta, e talora invece lo ricomprendono in una unità superiore, come accadrebbe a una parola nel contesto di una frase o a una frase in un discorso. È come se lui e lei volessero indurci a guardare con cautela. Lo testimonia la stessa apparenza delle forme emergenti, i nidi, i bucrani, le pietre, i ramoscelli. In ragione delle potenti monocromie degli sfondi e della complessa disposizione dei piani, è impedito allo sguardo di saziarsi a colpo d’occhio. Esso è costretto a tornare più volte sulla medesima figurazione e a ricercare la distanza giusta dal piano limite. Finché l’immagine, astratta in apparenza, non comincia a comporre una natura morta (o natura finalmente viva?), nella quale riconosciamo quelle stesse entità, volatili o pesanti, che Vincenzo espone ordinatamente nel suo studio. Ecco allora che lo sguardo, rapido e arrogante come il lampo, a un tratto si acquieta, prende tempo, si muove da sinistra a destra, dall’alto al basso, come fosse impegnato in un compito che altrove gli è familiare. Forse la lettura? Ma i quadri sono altra cosa dai libri. Nondimeno sono simili nella forma. Entrambi sono prismi che prendono vita qualora si posi su di essi lo sguardo. Naturalmente, se si possiede un codice, lo stesso, per inciso, che Vincenzo continua a ricercare. Ebbene, se poniamo mente allo spazio virtuale della tela, possiamo notare quanto egli abbia cura di mantenerlo in una sorta di sacrale regolarità. I supporti possono cambiar forma e dimensioni, possono essere rettangoli, quadrati, cerchi. Ma non sono mai snaturati. Non sono strappati, perforati, torti, e neppure è imposto loro di simulare i solchi della terra o di somigliare a sculture. Le tele restano tele. Le lascia così come sono e si concentra piuttosto su ciò che in esse accade o può accadere. Cosa? Qui il discorso prende due vie, la nostra e la sua. Da un lato, c’è quel che può accadere al nostro sguardo una volta che il lavoro è compiuto, e dall’altro quel che deve accadere sulla tela affinché il lavoro sia portato a compimento. Alla prima questione ho già accennato. Se prendiamo la distanza giusta, se superiamo l’impazienza e ci concediamo il tempo che serve per capire, riconosciamo la natura, nella sua preziosa e al contempo fragile autonomia. «La via in su e la via in giù sono una sola e medesima via»? (Eraclito, fr. 60) Dell’altra via, la sua, posso dire poco. O meglio, posso solo riflettere su quello che egli stesso ci rivela. Racconta di fuggevoli vibrazioni della coscienza che in lui si associano a forme o a spazi. Un ramoscello sulla neve, l’angolino scrostato del suo vecchio studio. Poi racconta di un gioco di ascolto, di accompagnamento e di attesa che in alcuni casi dura persino dieci o quindici anni. Egli prepara la tela, traccia linee e forme, e poi le espone ai lenti e imprevedibili processi della materia. Meglio dire, della natura. Potrebbe costringerla a essere quale lui la vuole, ma non lo fa, se ne astiene con metodo e rigore. Lascia che lei lo raggiunga. Certo la sollecita, la richiama a sé, ma poi le concede l’ultima parola. Sembra che egli eserciti l’arte di trattenere il respiro. Forse per contenere quelle potenze impersonali che con tirannica suasività impongono forme, trascorrendo, non viste, dalla mente alle mani. Che arte è la tua? Un giorno Vincenzo ci ha raccontato una storia. Era intento a lavorare con l’azzurro e a un tratto, quasi per magia, esso aveva assunto spontaneamente le sembianze di un cielo che un giorno doveva averlo commosso sino allo struggimento. Incredulo lo riconosce, se ne sazia con lo sguardo. E poi? Poi decide di oscurarlo. Con dolore lo ricopre col colore. Più tardi ci spiega: «Era così mio che ho temuto fosse unicamente mio». La questione è misteriosa, ma certo chiama in causa la sua relazione con gli altri e il senso della sua arte. La quale non si piega all’emozione, e ammette solo un cielo che lui e noi possiamo pazientemente condividere. Perché? Compiutezza è dirittura? Vincenzo ha il dono di incantarsi di fronte a cose a cui non presteremmo la minima attenzione. Rametti spezzati, pietre, fili d’erba, cranietti. Essi, tuttavia, nel riemergere sulla tela, non accennano alla vanitas delle cose umane. Celebrano piuttosto la fuggevolezza di ciò che è prezioso. Cosa? Forse la finezza, perennemente esposta e caduca, della nostra facoltà di percepire, sentire, riconoscere. La quale è grido, perturbazione dolorosa del corpo, patologia, finché non giunge alla parola. Ecco il miracolo impermanente e sempre rinnovato della condivisione. Perché si trattiene il respiro, forse per dire? Cos’è il vento?