Claudio Crescentini, 2016

Nell’ordine perfettibile della natura artistica di Vincenzo Scolamiero, il mondo sembra essere ricreato per essenze, dove l’incongruo naturale finisce per rispecchiarsi e rigenerarsi nel congruo pittorico, senza però perdere la propria essenza primigenia.

Rami, piccole essenze vegetali, frammenti di nidi, minime composizioni di paglia, esili lacerti della natura schierati in ordine visuale sul piano di lavoro dello studio di Scolamiero diventano essenza della sua stessa ricerca di segno e senso applicato all’arte. Valore aggiunto, tanto a volte da divenire struttura stessa della sua creazione e quindi  installazione concettuale, come in Due file e sei colonne (2008), opera di determinante impronta poetica.

Del resto Scolamiero si avvale di una pittura che nel tempo si è andata sempre più rarefacendo e raffinando, dove le immagini e i particolari di queste, dedotte e prodotte in similitudine con l’universo naturale, vanno sempre più espandendosi all’interno di una nuova ricreazione artistica, di un “diverso”, autonomo e personale mondo visuale, purificato e intellettivo. Tanto da fare sembrare il prodotto della sua arte come surrogato ideale e mentale del mondo naturale stesso, dove il vissuto dell’artista, quindi il nostro, diventa appunto arte.

Provocato dall’incontro con le cose del mondo, il segno dall’universo naturale dedotto da Scolamiero «risuona», come direbbe Arnold Gehlen, e si «ricomunica» al mondo stesso tramite il suo personale uso della figurazione. Così come accade anche nell’esperienza tattile, dove la mano che tocca sente di toccare e riceve impressioni.

Allo stesso modo il segno di Scolamiero, reazione” e “azione” ai/dai segni del mondo, che nel momento stesso in cui è «autoavvertito», ancora un termine dedotto da Gehlen, diventa “azione assoluta” che influisce sul soggetto, sul riguardante, divenendo un segno «comprensivo», come lo intenderebbe Gehlen.

Un contest espressivo preciso è quindi quello dell’artista, che parte dalla figura per giungere al figurale, dal visivo per il visuale, toccando natura ma anche struttura, come nel caso del corpo umano che, nei dipinti di Scolamiero viene trattato come elemento subliminante per la costruzione – definizione – di immagini subliminali elaborate dall’artista con il ricorso, abile ed evolutivo, al colore, sempre più mentale e simbolico – oro, nero e bianco in questo ultimo periodo –  e alla luce.

Si veda ad esempio la serie contraddistinta dalla denominazione Lascia parlare il vento (2016) dove l’oggetto fisico tende sempre più a perdersi nell’algoritmo del segno. Pensiamo però anche, in un minimo excursus nella storia dell’arte di Scolamiero, alla fisicità “larvale” di Figura seduta (1986) oppure del trittico Soltanto ombre (1997) o ancora Nudo e misero trionfi l’umano (1997), solo per fare alcuni esempi. Perché, come già scriveva Enzo Bilardello, «Chi voglia penetrare nel cerchio delle sue figurazioni elusive ed illuminate con luci improbabili, radenti e fosforescenti, farà meglio a scardinare l’impianto figurativo ed a rimontarlo pezzo per pezzo dentro di sé piuttosto che abbandonarsi alla piena del colore e delle figure che tralucono al mondo di gioielli in penombra» (2006).

Un teorema preso alla lettera dallo stesso Scolamiero, il quale, partendo da quel suo dato di arrivo, sempre più percepito come resistenza alla fisicità e ai corpi, sovrappone la capacità di costruire il quadro “levando”, parafrasando Michelangelo, assottigliando quindi l’immagine naturale per poi elaborarla con forme e contesti di luce e propri del colore piegate ad una lettura che è decisamente mentale, di pensiero, e quindi intellettuale. Senza mai adattarsi quindi al purovisibilismo grafico del disegno.

Pittore puro, mentale, umanamente introverso ma umanisticamente estroverso, Scolamiero vive del resto una stagione artistica, quella in particolare di questi ultimi anni, dove la sua pennellata si va facendo sempre più rarefatta ma non muliebre, costruttiva seppur indecifrabile. Questo grazie anche ad un uso sofisticato e quasi maniacale della pennellata e all’impiego di una vista, uno sguardo, quello appunto di Scolamiero, che sembra proprio dell’entomologo, sostituendo allo studio degli esapodi, l’analisi del suo – del nostro – ambiente di vita, così come lo stesso artista afferma.

«C’è stato un momento, qualche anno fa, in cui desideravo immergermi in un angolo del mio studio. Da un solo frammento di realtà, osservando il vuoto e l’intonaco scrostato, cominciavo l’immersione. Era un volo verso mondi minimi che diventavano universi, intrecci di rami, luci radenti; complessità che lasciavano il posto a nuove complessità» (2006).

Lo sguardo creativo di Scolamiero diventa quindi sempre più intimo, penetrante, con qualità costruttiva, dove il micro del suo interesse visuale diventa il macro della costruzione visiva. Così come si evince bene nella serie di chine, inchiostri stilografici e pigmenti presentati in maniera unitaria nella mostra di cenere e di vento (2010).

In queste opere Scolamiero si allontana ancor d più dalla forma e dalla corporeità, per riproporre forme e corpi della mente, come in Un’ultima luna, Scende la luna e si scolora il mondo o Un’ultima luna, tra i rami ancora, tutte opere del 2009, nei quali bene si evince la sottrazione del contesto in versione assolutizzante.

Si tratta comunque di opere in bilico e limite fra cultura segnica occidentale e calligrafia giapponese, shodM, “la via della scrittura” che porta all’essenza del pensiero e alla purificazione dell’immagine reale, naturale, per la ri-creazione di un nuovo mondo figurale, quello appunto ricercato con caparbietà in questi anni da Scolamiero, dove l’essenzialità del segno diventa appunto connessione stessa con lo spirito.

Determinante diventa ancora immergersi nella ricerca grafica e, per certi versi, calligrafica di Scolamiero, nel suo mondo fatto di inavvertibili ma rilevanti elementi naturali, quotidiani, che diventano appunto costruzioni visive di forte impatto estetico. Una ricerca quasi isolata è diventata la sua in questo nostro inizio secolo, ma che risente di una grande tradizione culturale e mentale, tanto da connettere sempre di più l’artista con una storia, anzi con la Storia, quella dell’arte del Novecento, dove segno, colore e valore umanistico del pensiero hanno convissuto, a fasi operative e cicli storici e stilistici, in perfetta simbiosi creativa.

Ma la ricerca di Scolamiero continua, in un viaggio umanistico che diventa anche percorso antropologico, dove la dominanza e la consistenza stessa di quella subliminale materialità già più volte individuata e affrontata dall’artista nei vari decenni del suo fare arte, torna a rappresentarsi e rappresentarci mediante la costruzione di «un’opera complessa per i suoi nessi strutturali, ma di rigorosa leggerezza nella sua fase esecutiva» (Lorenzo Canova, 2014).

L’artista, infatti, come ampiamente dimostrato, ha anche mantenuto alta, con equilibrio e armonia, l’investigazione sul colore che, nel tempo, è diventata quasi ossessione, concentrazione estrema.

Nelle sue opere del resto, in un nuovo esemplare excursus, si rafforza continuamente proprio la tenuta consolidante del colore, soprattutto in questi ultimi anni, anni in cui la ricerca continua e si dipana in una produzione in cui sembra risorgere, in modo più compatto, la visualità costruttiva e identificativa dei volumi che in parte sembrano riprendere le sue prime sperimentazioni degli anni Ottanta. Vedi ad esempio Rosso bucranio (1988), in riferimento con Leggerissimi e inavvertibili, un raffinatissimo olio di cartamo su tavola (2013) oppure con Acanto blu (2014) o con la serie Certi struggenti ruderi (2014).

Evidente il modo in cui, fra passato e presente, la forma-simbolo di Vincenzo Scolamiero diventa costruzione spaziale di nuove forme ideali, del pensiero. Anche in questo caso il colore è diluito ed esacerbato, come negli anni Ottanta, ma sempre più ossidato dall’utilizzo di pigmenti, magari terre e/o sabbie, da cui scaturiscono toni e tonalismi, nel fare continuo di togliere e levare, minimizzare e sovrapporre, in un susseguirsi di inganni visivi e sovrapposizioni strutturali dove ciò che appare non è più ciò che era ma ciò che è e deve essere – vedi la serie Senza permesso in un campo (2014) e  – tramite il pensiero, l’intelletto e la pratica di un artista che ha dedicato tutto se stesso alla ricerca di “altro” dal mondano e corruttibile.